“La psicanalisi è un mito tenuto in vita dall’industria dei divani.” diceva Woody Allen. Prima di Freud, Spinoza ricordava quanto sia importante cercare di passare dalle passioni (ciò che non controlliamo, quegli istinti oscuri dei quali non conosciamo neppure la causa, ma che ci controllano) alle affezioni (i desideri più positivi, che sappiamo motivare). Il filosofo olandese però sapeva bene quanto fosse un cammino difficile: l’uomo è più un animale desiderante, che una creatura razionale.
Allo stesso modo, la dottoressa Anna Valini sapeva perfettamente quando le emozioni ed i desideri umani fossero una possibile causa di degenerazione psichica e spirituale, ma anche un preziosissimo strumento di cura e consapevolezza.
Silvio Monemi era un suo paziente da circa sei mesi. Silvio era tante cose: un uomo divorziato, il padre di un’adolescente che vedeva sempre di meno, il proprietario di una piccola ma redditizia azienda chimica in campo tessile; un bell’uomo sui quarantacinque anni, con un principio di calvizie ma decisamente curato e di bell’aspetto. Era però anche un uomo depresso. Soffriva di attacchi di panico, nausea ripetuta ed ansia notturna. Spesso il peso dei ricordi e quello delle responsabilità lo tormentava a tal punto da lasciarlo ingrigito, distratto e non del tutto immune da pensieri suicidi.
Nei primi due o tre mesi di terapia le cose andavano migliorando. Raccontava alla dottoressa Valini del suo divorzio, del suo lavoro, dei suoi amici e, soprattutto, del rapporto complicato che da ragazzo aveva avuto con il padre. Era una valvola di sfogo che faceva fuggire dal labirinto dei suoi pensieri un po’ d’aria stantia.
Già dal quarto mese, però, il miglioramento stava dissolvendosi e la situazione andava stabilizzandosi su quella precedente. Silvio si sentiva in una palude dalla quale era impossibile uscire. Gli amici più intimi, che conoscevano il suo stato, gli ricordavano spesso che non avrebbe dovuto essere così triste: era un uomo intelligente, con un bel lavoro ed ancora nel pieno delle forze, ed ora che quella rompipalle della moglie se n’era andata era anche più libero. Non ci arrivavano. Non è facile spiegare all’esterno quello che succede, in certi casi, all’interno della tua testa. I pensieri oscuri arrivano senza bussare, non ti avvertono, e spengono ogni cosa bella che possa capitarti. Speravano di aiutarlo, ma peggioravano solo la situazione: instillavano in lui il senso di colpa, oltre alla depressione. Non aveva neppure il diritto di stare male.
La situazione non migliorava, neanche con l’aiuto della psicologa. Lei l’aveva intuito, come aveva capito che non era più il caso di proseguire la solita via psicanalitica. Serviva qualcosa di più radicale.
Per capire esattamente cosa stava succedendo, dobbiamo entrare nel suo studio, il Martedì sera di tre settimane fa.
Eccoli.
Silvio, sdraiato sul divano nel suo completo nero, la cravatta fresca di lavanderia, la barba sottile meno curata dei suoi standard, gli occhi socchiusi, mentre racconta degli ultimi problemi di lavoro: nuove burocrazie ad appesantire le procedure, e un cliente in ritardo con i pagamenti.
Anna, appena compiuti trent’anni, alla scrivania, vestiva una gonna scura ben tagliata e molto lunga. Scarpe modeste e basse, ed un maglioncino grigio a girocollo che nasconde quasi interamente le sue forme. Ha bei capelli castani, lisci e lunghissimi, ma tenuti troppo saldi in una coda. Occhialini circolari sul naso all’insù ed un’ombra di rossetto sulle labbra sottili: ascolta quanto racconta il suo paziente, con un’aria leggermente imbronciata ed insoddisfatta che evidenzia la sua estetica da nerd.
Silvio stava entrando in altri dettagli economici quando Anna lo fermò bruscamente. «Basta così»
L’uomo era stranito, aprì gli occhi e guardò verso la psicologa.
«Stai in silenzio ora»
Lui si sentì offeso, ma per qualche motivo non rispose. Era la prima volta che gli dava del tu, ma era come se lo facesse da sempre. Si sentì in parte violato da quell’ordine. In parte liberato. Inspirò per mantenere il controllo ed attese qualche secondo: non gli andava giù essere zittito a quel modo, ma dall’altra parte preferì seguire il… consiglio.
Lei si alzò e si mise al suo fianco, lanciandogli un quadernetto sulla pancia. Lui lo prese al volo, stranito.
«Se continuiamo a fare le stesse cose. Se continui a ripetere gli stessi argomenti, non andiamo da nessuna parte»
«Ma quella situazione mi crea…»
Lei mise l’indice davanti alla bocca, fissandolo, e lui chiuse le labbra. «Socrate sosteneva che ogni vero pensiero, ogni vero dialogo abbisogna del parlato. Ma non è vero: a volte non riusciamo a confessare quello che ci fa male davvero, o quello che desideriamo davvero, oltre le convenzioni, se non in forma scritta.»
Lui sfogliò il quadernetto, era completamente nuovo.
«Voglio che tu scriva, ogni sera, i tuoi pensieri. La prossima settimana la useremo come base di partenza. Anzi, ci sentiamo direttamente fra due. Prendiamo una settimana di pausa.»
Lui sospirò, ma annui, quindi si alzò. Poi prese il soprabito e se lo appoggiò sulle spalle. Fece per uscire dalla sala ma la donna lo fermò. «Ah, Silvio»
«Sì?»
«Parla sinceramente, o meglio scrivi tutto quello che ti passa per la testa in quel quaderno. Desideri. Pianti. Fantasie. Sogni. Incazzature tue. Non lamentele contro lo Stato o il nuovo modello di certificazione. Non è quello che ti sta facendo soffrire. E neanche quello che ti sta facendo vivere. Tu sei più di quello. Non ci sono giudizi. E… parla anche di sesso. Non lo fai mai.»
Silvio strizzò appena gli occhi.
«Non siamo macchine. Non sei una macchina. Dobbiamo confessarci che i desideri fanno parte di noi… Se facciamo sempre le stesse cose…» ripeté.
«Ok dottoressa… ci provo»
«No, non ci provi: lo fai» replicò secca. Lui rimase un secondo interdetto. Poi si tranquillizzò quando vide il bel sorriso sul suo volto fresco ma indurito dagli occhiali, il maglione troppo alto e quella pettinatura. Per un attimo se l’immaginò in tutt’altre vesti. La sua voce – ora più consolatoria e dolce – gli arrivò leggermente in ritardo: «Dobbiamo superarla. Anzi, ucciderla, questa maledetta depressione. E se mi segui la estirpiamo, ma devi impegnarti: scrivi ogni cosa»
«Sì, dottoressa» la salutò alzando il quaderno, poi uscì dallo studio.
Per quasi due settimane Silvio scrisse effettivamente i suoi pensieri. Non era sempre facile, ma la dottoressa aveva ragione: tramite la scrittura è più naturale scendere in profondità e non lasciarsi frenare dalle paure, dalle convinzioni e dalle abitudini. Con la penna in mano, riusciva a guadagnarsi, per una buona mezz’ora prima di andare a dormire, quella libertà necessaria ad indagare se stesso senza maschere.
Anche se a dirla tutta, scrisse soprattutto su di un argomento: proprio quello per cui era stato rimproverato dalla terapeuta di essere taciturno: il sesso. Qualcosa, nell’ultima seduta, lo aveva condotto a scrivere di fantasie proprio su di lei.
Per questo, il giorno prima della seduta in programma ebbe un sussulto alla sua nota vocale. Era in macchina, stava tornando a casa dal lavoro, e ascoltò la sua voce dal bluetooth.
«Buonasera Silvio. Domani non ci vediamo. Posticipiamo a Venerdì. Ma domani passa comunque nel mio ufficio e lascia nella mia cassetta personale il tuo diario. Non correggere nulla. A presto. »

Dovette un attimo fermarsi a lato della strada. Quel suo “non correggere” sembrava leggergli dentro. Specie gli ultimi giorni aveva scritto soprattutto fantasie su di lei. Alcune decisamente sessuali. Altre parecchio stravaganti e poco confessabili. Aveva pensato di dover parlare di quel diario di di quanto avrebbe scritto, certo, ma pensava anche di poter scegliere cosa scartare e cosa rivelare.
D’altra parte, se doveva seguire le sue consegne, non avrebbe potuto nemmeno strappare pagine. Lo avrebbe scoperto, e ad ogni modo non avrebbe avuto senso. Sperò tanto di non mandare anche questo a puttane. In qualche modo, anche se l’ansia continuava a tornare e la depressione lo strozzava, quell’ esperienza lo stava aiutando.
Il giorno dopo, in ogni caso, si recò al suo ufficio. C’era una piccola sala d’attesa, oggi completamente vuota e, davanti alla porta d’ingresso, la targhetta della dottoressa e la sua cassetta. A volte vi si trovavano ricette o avvisi dell’ultima ora. Se ne stette per qualche minuto con il quaderno in mano. Gli sembrava di essere un ragazzino di fronte al click di un messaggio sentimentale importante. Solo che quello era cartaceo, e non era un messaggio di affetto o sentimento. Erano deliri variopinti, riflessioni su se stesso e fantasie erotiche sul conto della dottoressa. Mise il fondo del quaderno dentro la bocca della cassetta. Tirò un ultimo respiro e poi lo lasciò cadere. La fessura era troppo piccola per poterlo riprendere. Se ne tornò a casa. La testa gli si riempì di pensieri e di dubbi, ma non ebbe tempo per la solita ansia. Non aveva la più pallida idea di cosa sarebbe potuto succedere alla prossima seduta.
Due giorni dopo, Silvio si ripresentò nell’ufficio della dottoressa. Indossava un completo molto chiaro, scarpe nuove, ma la cravatta aveva un nodo impreciso, indice di scarsa attenzione, rispetto ai suoi standard.
Esitò davanti alla porta della terapeuta, poi – con una certa esasperazione della situazione – sussurrò tra sé: “alea iacta est”. Il dado è tratto, e dopo aver bussato e sentito l’assenso della donna, entrò nello studio, richiudendo l’accesso dietro alle proprie spalle.
Aveva passato tutta la notte a pensare a cosa sarebbe successo quest’oggi: la psicologa si sarebbe arrabbiata per quelle fantasie? Avrebbero litigato? Lo avrebbe preso in giro? Lo avrebbe inviato ad un altro dottore?

Fra tanti pensieri, non avrebbe indovinato quello che stava succedendo: o meglio, non si sarebbe mai aspettato di vederla in quel modo. La solita aria un po’ casta ed un po’ nerd erano completamente sparite. Niente maglione con il giricollo, niente occhiali circolari, niente gonne infinite o jeans scuri. Indossava un tubino elegante ma anche provocante, rosso, a gonna corta, con due fasce sottili ed intrecciate sulle spalle, che le lasciavano praticamente nude. Era un modello smanicato con ampio scollo a V e, probabilmente, lasciava molto scoperta la schiena. Anna lo guardava seduta sulla sedia girevole, e, diversamente dal solito, non era nascosta dalla scrivania, ma davanti ad essa, in piena vista. I capelli erano liberi da lacci, e cadevano morbidamente sulle e dietro le spalle.
Il trucco evidenziava con cura e senza eccessi gli occhi brillanti, ed il rossetto rosa delineava cromaticamente la morbidezza ed il taglio sinuoso delle labbra. L’abito era stretto sulle forme ben disegnate e piene della donna: e tutto quello che Silvio era solito immaginare o indovinare sotto quei larghi maglioni ora era palese e delizioso alla vista. La psicologa teneva le gambe elegantemente accavallate mostrando le lunghe cosce nude e le scarpe, non certo da ufficio, lucide e nere, aperte e dal tacco alto completavano la sua figura.
Silvio si ritrovò a deglutire osservandolo, e rinunciò al saluto. Per qualche lungo attimo la dottoressa non disse niente. Dal nulla, poi, cambiò gamba d’appoggio, osservando il paziente, ed infine si alzò lentamente dalla sedia, con un gesto fluido che mise poi in mostra la sua altezza: con quel tacco, era di poco più alta di lui.
Anna sorrise, poi indicò la poltrona – leggermente reclinata – e Silvio non fece domande, ma ci si accomodò subito. Inspiro un poco, come in attesa.
«Non ti agitare, oggi non deciderai niente» spiegò Anna, mettendosi dietro di lui. Poteva vedere la sua figura dietro alla poltrona, grazie allo specchio alto ch’era posizionato dietro la scrivania dell’ufficio. «Ormai sono convinta di sapere cosa fare, per aiutarti. Devi solo fidarti di me…»
Silvio fece per parlare: «Mi spiace se ho…»
Ma si zittì subito, quando vide dallo specchio che la donna si indicava le labbra, dandogli l’ordine di restare in silenzio. «Oggi le cose vanno diversamente. Sarò io a parlare. E ad agire.»
Silvio cercò di rilassare le spalle e chiuse per un secondo gli occhi. Ascoltò le sue parole.
«Puoi smetterla di giudicarti. I tuoi desideri non ti spaventano e non mi offendono: oggi lascia stare ogni decisione. Molte delle tue ansie, delle tue paure, derivano da quanto peso ti metti sulle spalle» Silvio la vide avvicinarsi e poi sentì il morbido tocco delle sue mani sulla giacca. Aveva le mani molto curate, e smaltate di un lievissimo rosso. Si abbinava bene con il rosa delle labbra, che ora riprendevano a muoversi.
«Hai bisogno di tempo per non prendere nessuna decisione. Per non fare nessuna scelta. Ogni tanto è essenziale ricordarci che il mondo non si aspetta così tanto da noi. Che non siamo così importanti» gli massaggiò piano le spalle; l’imprenditore non disse nulla, anche se tutto quello che stava succedendo gli sembrava strano.
«Oggi voglio toglierti ogni peso, ogni scelta, ogni responsabilità… tu limitati ad ascoltare… » l’uomo serrò le labbra: era tanta la voglia di replicare, ma forse, forse era anche più forte il desiderio di lasciarsi andare davvero, per una volta. E non poteva non ammettere a se stesso che così vestita e curata, la dottoressa era anche meglio di come se l’era immaginata nelle sue fantasie.
«E ad obbedire. Non hai scelta oggi, no» lui ebbe un fremito e sentì una grande confusione a quel suo dire.
«Cosa vuol…» questa volta Anna per zittirlo gli mise una mano sulla bocca. Delicatamente, ma con fermezza. Lui guardò quella scena allo specchio e sentì la morbida pressione del suo palmo sulla bocca.
«Parla solo se te lo chiedo, Silvio: intesi?» lo domandò con gentilezza, ma non c’era possibilità di diniego, in quel quesito. Lui annuì e la donna allontanò la mano. Silvio chiuse gli occhi per un momento e quando li riaprì vede Anna che da un alto tavolino presso la poltrona leggeva qualcosa dal suo diario. Non sentiva ansia ora, ma un’altra forma di preoccupazione, del tutto diversa e più calda, stava volteggiando dentro di lui.
«Poi lei si mise dietro di me e mi tolse la cravatta con gesti fluidi» le sue mani scivolarono sul nodo, slacciandolo accuratamente, poi posero la stoffa in orizzontale, davanti ai suoi occhi. «E mi bendò lentamente, privandomi della vista.» Il buio lo immerse, ma riuscì a sentire la pressione della cravatta sulla nuca, poi i passi dei suoi tacchi, quindi le mani che gli slacciarono la camicia fino a quasi l’addome. Ebbe un fremito, ma non si mosse, neanche quando sentì il lieve graffio delle sue unghie sul petto nudo.
«Dal cassetto recuperò dei nastri di stoffa e con quelli mi legò le mani ai braccioli della poltrona» sentì altri passi, lenti, poi del rumore indistinguibile, quindi i movimenti delle sue dita lungo i propri polsi. Provò ad alzare di poco le braccia, ma capì che effettivamente era legato alla poltrona. «Questo non l’hai scritto, ma mi permetto di aggiungerlo» Anna camminò intorno all’uomo, legandogli il busto intorno alla sedia, così da bloccarlo ad essa.
«Io..»
«Shhhh » sentì di nuovo il suo dito sulle labbra. «Non fingere Silvio, non serve più: so cosa vuoi. So cosa ti serve. E niente di quello che succede qui dentro viene svelato. Io so cosa sei: non c’è niente di meglio che accettarsi» l’uomo tirò un grande respiro, e pur colmo di confusione, perplessità ed un filo di umiliazione, si sentì progressivamente liberato.
Quindi riprese a leggere, o almeno, la sentì citare più o meno letteralmente le sue fantasie: quindi sapeva cosa sarebbe successo, ma non credeva sarebbe stato possibile, per quanto era sceso nei dettagli.
«I fruscii della stoffa mi avvertono che lei si sta spogliando». Silvio non poteva aver certezza di quello che stava accadendo. E non poteva nemmeno togliersi la benda dagli occhi, avendo le mani legate. Ma sentì dei passi prima con i tacchi, poi senza, e nel mezzo rumore di stoffa, e qualcosa di leggero che cade a terra. Sentì il proprio cuore danzare più forte, ma non sapeva se lo stava solo prendendo in giro.
«Poi tirò indietro la poltrona, costringendomi a sdraiarmi» e su quello non ebbe dubbi: sentì il movimento della levetta meccanica, poi il piccolo senso di nausea di scivolare verso il basso, subito bloccato dalla nuova posizione. Ora era praticamente sdraiato supino sulla poltrona reclinabile.
Per qualche attimo Silvio non sentì più nulla. Rimase sdraiato nel buio, legato alla poltrona senza sapere neppure, con certezza, se la donna fosse ancora con lui. Provò a contare per dissuadersi, ma poi non resistette: «Anna?!» chiamò.
Arrivò veloce e sorpreso lo schiaffo sulla guancia destra, poi, di nuovo, il dito sulle labbra. «Non ti ho dato il permesso». Silvio si sentì sorpreso ed un poco umiliato, ma anche sollevato, lei era ancora lì.
Un attimo dopo, sentì la poltrona traballare leggermente, e credette di intuire che la dottoressa ci era salita sopra. Ma non c’era spazio per due: doveva essere salita in piedi sul bordo.
La conferma arrivò poco dopo, quando sentì la durezza e l’acutezza del tacco della sua scarpa sulla coscia. Sobbalzò a quel contatto, e strinse le mani sui braccioli. Quindi si morse le labbra per non parlare. Allora la sentì ridere: ed era un rumore cristallino e sensuale.
«Ci vado piano, per oggi, devo abituarti» la sentì dire, e quasi non riusciva a credere di aver davvero sentito quelle parole. Sentì dei movimenti, poi due tonfi a terra. Capì subito cosa era successo quando sentì la sensazione e la pressione meno dolorosa del suo piede nudo prima sulla coscia, poi sul petto, quindi tra le gambe. Giusto qualche secondo, prima che quella sensazione sparì. Forse teneva il piede alzato su di lui.
«Ora ti salgo sopra: debbo avvertirti, non voglio romperti» lui deglutì, poi sentì il suo peso sull’addome e per un attimo gli si bloccò il respiro, poi sentì entrambi i piedi sul suo petto. C’era un che di opprimente e leggermente doloroso, ma lei era leggera e sapeva come muoversi. Dietro quel fastidio, c’era una strana sensazione, a cui non sapeva dare nome. Un languore oscuro ed indefinito. E la voglia di guardarla, in piedi, sopra di lui. Ma non poteva.
«Apri la bocca» Silvio non aspettò molto: senza sapere perché seguì il suo ordine, e poco dopo sentì la pressione del suo corpo concentrarsi in un unico punto, su un solo piede, quindi sentì le sue dita sul mento, poi sulle labbra: con l’alluce seguiva delicatamente il contorno della sua bocca, poi, lentamente, mise le dita oltre le labbra. «Lecca ora» e di nuovo lui si ritrovò ad obbedire: baciò dapprima i suoi piedi, così morbidi e freschi, poi leccò la sua pianta, quindi le sue dita, mentre sentiva ancora il peso di lei sul petto. La sensazione di pressione ed umiliazione erano però ormai schiacciate da una strana e paradossale sensazione di libertà: quella della sincerità con se stessi. Quella dell’assenza di ogni responsabilità che forse mai aveva provato a tal punto.
«Basta per ora, avrai tempo… » allontanò il piede. Poi sentì il peso scivolare via. Solo per poco. Gli stinchi di lei si posarono, larghi, sulle sue spalle. Sentiva il suo profumo più forte, e la percezione delle sue cosce nude vicino al proprio volto. «E ora?» chiese divertita, pur senza svelare nulla. Ma Silvio sentì il suo corpo avvicinarsi, le cosce stringergli le guance e per un attimo entrò in contatto con una sensazione intima, sensuale ed umida con il proprio volto. Ora aveva la certezza che la donna era completamente nuda, per davvero. Sentì poi le dita fra i suoi capelli, che lo tenevano forte, ed ora lo guidavano verso di lei. Di istinto allungò la lingua, ma arrivò solo a sfiorare l’interno della sua coscia e forse, più tardi, la superficie della sua intimità.
Ma Anna lo fermò subito. «Non ti ho detto di baciarmi…» ma lo disse ridendo «Non oggi no» ed in quella implicita promessa di futuro Silvio vide una porta ancora indefinibile, fatta di desideri, di molte pagine scritte, di piacevoli paure. Sentì il peso del corpo di Anna spostarsi più in basso: il suo corpo strusciò contro di lui, e per un momento si ritrovò ad affondare il viso nella morbidezza del suo seno florido ed accogliente. Ma non ci si poté fermare, perché presto ogni peso era sparito dal suo corpo.
Si ritrovò di nuovo al buio, nel silenzio, e nel dubbio. Sentì poi un altro breve tonfo, poi di nuovo rumori di stoffa e qualche passo, prima nudo, poi di tacco. Che stava succedendo?
Passò almeno un minuto, e l’uomo stava per chiamarla, se non proprio per urlare, ma si morse la lingua per non farlo. Allora sentì una carezza sul volto, poi un bacio umido sulla fronte, poi un altro, lievissimo e rapido, sulle labbra. «Bravo Silvio… incominci a capire. Non è tutto più facile, così?» aveva quasi paura a rispondersi a quella domanda, ma si ritrovò ad annuire. Poi sentì sciogliersi il nodo sulla mano sinistra, quell’arto era libero, ma per ora non lo mosse: non avrebbe voluto interrompere questo momento, e tutto quel percorso che sembrava iniziare. Si sentì già meno libero, con una mano slegata.
«Puoi liberarti ed uscire da solo ora… la strada la sai» Anna lo congedò. Lui rimase per qualche momento immobile, poi tirò un sospiro incerto.
Sentì i suoi passi, poi la sua voce, che conteneva uno splendido sorriso: «Non ti preoccupare, ci vediamo settimana prossima, abbiamo un intero diario da realizzare… e non ci pensare… non hai nessuna scelta».
Silvio si ritrovò a godere di quella strana minaccia, e fu senza pesi sul cuore, che si liberò degli altri lacci, per prepararsi a tornare verso casa.


