
Stavo camminando vicino al lago, quando mi accorsi di quella pianticella particolare: sembrava una ninfea, ma anche un’orchidea. Aveva petali molto ampi, sul violaceo, con sfumature sottili di rosso più netto. La guardai sullo sfondo di quella riva solitaria, bagnata da un sole ormai prossimo all’arancio del tramonto. Mi avvicinai a guardarne la forma, i dettagli. Mi resi conto, prima d’ogni cosa, che aveva un odore particolare: qualcosa che, ora come ora, non saprei proprio descrivere.
So dire questo: era avvolgente, intrigante, e rassicurante: in breve, non so perché, sapevo di non riuscire a distogliere l’attenzione da quel fiore, ma non solo. Dovevo avvicinarmi, dovevo sentirne l’essenza, farmi avvolgere dal suo profumo.
Fu allora che scoprii, senza peraltro poter far nulla per evitarlo, o fermarmi prima, che le foglie atipiche di quel fiore stavano crescendo: diventavano più grandi ad ogni secondo, ad ogni frazione di passo che muovevo verso di loro.
L’orchidea, o quello stranissimo fiore che non saprei nominare, cresceva con il crescere del mio interesse per lei. Con il mio semplice avvicinarmi: quando potevo praticamente toccarla, aveva già raggiunto le dimensioni di piccolo albero, e l’altezza di una persona ben elevata.
Non trovai comunque modo di fermarmi, e mi ritrovai a sfiorare uno di quei bellissimi, odorosi e particolarissimi petali: il fiore si mosse, piano, con dolce ma ferrea fermezza incominciò ad avvolgersi intorno al mio braccio, le dita, poi le gambe, il busto… mi trascinava a lei, verso il suo pistillo, il suo nucleo, ma, più che altro, stava come legandomi.
Quei petali – ora lunghissimi e tenaci – mi si avvolgevano contro, mi legavano e facevano loro. Non riuscivo ad oppormi, e forse neppure lo volevo.
Provavo sensazioni contraddittorie, opposte: da una parte sentivo il mio cuore battere più forte, sentivo la paura di essere assorbito, forse perfino mangiato, inghiottito da quello stranissimo esemplare vegetale. Dall’altra, inconsciamente, era come se volessi esserne catturato, assorbito. Forse ero drogato dalla sua essenza, ma non saprei dire. Mi resi conto che vivevo come in uno di quei dilemmi che riguardano la libertà dell’esistenza: il fascino nuovo della sua scoperta – e questa era la voglia di tirarmi indietro, strappare il possibile, scappare – dall’altra, sentivo il piacevole stop della stasi. Di più: l’oblio della prigionia, lo slegamento dal dover compiere altre scelte, incaricarmi di altre responsabilità.
Era semplicemente un lasciarsi andare, uno scivolare in un indulgente schiavismo fatto d’uno strano languore che nome non possiede, come quel fiore che, infine, ancora mi cattura, ma dona ai passanti queste mie parole, in forma di altro profumo, altra essenza.
Forse ora voi stessi le state sentendo. Forse ora tocca a voi decidere: farmi compagnia in questa dolce pigrizia, in questa soave prigionia, o affrontare di nuovo la dura vita, l’obbligo della scelta, il peso di essere liberi?
Io so già cosa farete… e voi?
