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Il fiocco rosso

Io e Alice stiamo insieme da un anno. Non so se la sua fantasia sia travasata nella mia o se sia accaduto il contrario; certamente, però, il sottile, ma percepibile fascino della perversione ha preso forma nella vita reale. O meglio, l’ha mutata.
Del resto, come amano scrivere certi autori, il limite tra fantasia e realtà è molto labile: non possiamo vedere la seconda senza il filtro della prima.

La fantasia ha condizionato il nostro rapporto e ci ha trasformati. Non sempre lo fa dichiaratamente e con tutta la sua giocosa ed irresistibile forza. Ma una sottile vena sotterranea permane anche quando facciamo finta di nulla, quando ci comportiamo come una coppia perfettamente normale.
Alice ed io, infatti, senza scendere in dettagli poco interessanti, abbiamo lavori comuni, conviviamo in un normale appartamento di una piccola città e sappiamo che il nostro legame ci rende persone migliori di quanto mai potremmo essere da soli.
In superficie, non abbiamo quasi mai ruoli decisi nella nostra coppia, ma nel profondo la nostra fantasia, anche quando dormiente, ci ricorda nei suoi sogni che il nostro rapporto è adorabilmente impari: io la riconosco come un essere superiore e lei sa che le appartengo.
Nel quotidiano questo rapporto non viene palesato con troppa frequenza, ma quando lo fa, quella profonda vena di fascino perverso si veste con i suoi rituali e con una potenza ineluttabile.
Anche i simboli sono importanti. Normalmente il nostro rapporto più profondo rimane celato, ci potrebbero confondere con quasi qualsiasi altra coppia di amanti ma, quando lei indossa un fiocchetto rosso, o quando mi manda la sua foto per messaggio, io so che devo abbandonare la mia volontà. So che quella vena di fantastica perversione è attiva, ed allora non siamo più una coppia comune: lei è la mia Signora, ed io il suo servitore.

Questa mattina mi sveglio con i suoi messaggi.
Il primo dice: – Buongiorno. Mi sono alzata all’alba oggi, hai dormito bene? –
– Buongiorno a te. Sì, grazie. Sei al lavoro? –
La risposta mi fa sussultare e mancare un battito del cuore: è la foto del suo fiocco rosso.
Ora la vena è venuta in superficie: sono suo finché non mi dirà diversamente.
– Alle 10.30 devi essere a questo indirizzo (seguono delle indicazioni di google maps).
Deglutisco e rispondo: – Sarò puntualissimo, mia Signora.
In testa mi frullano mille domande. Devo portare qualcosa? Come devo essere vestito? Ma non posso chiedere nulla. Fisso il telefono per una decina di minuti in attesa fremente: niente.
Controllo però le indicazioni. L’indirizzo che mi ha dato sembra essere quello di una casa in mezzo al bosco, completamente isolata. Forse una baita in affitto?
Il posto è ad un’oretta da qui. Faccio in tempo a farmi una doccia, quando esco dalla cabina, mi ricordo che è venerdì. Chiamo il mio capo, con una scusa lo avverto che non posso venire al lavoro. Vuole maggiori notizie, ma proprio non so cosa inventarmi: non posso proprio. Recupererò poi queste ore.
Per i prossimi due giorni non devo lavorare. Ovviamente non è un caso: sono al contempo eccitato e spaventato. Sono indeciso, ma mi vesto normalmente: un paio di jeans, scarpe di tela, una camicia bianca.
Faccio in tempo a fermarmi a prendere una bottiglia di vino, dei fiori ed una scatola di dolcetti: non si sa mai.
Faccio una decina di km sulla strada principale, poco meno su stradine secondarie, e due km su una strada sterrata, in mezzo al bosco. Eccomi.
Scendo dalla macchina, e vedo la baita: sembra abbastanza grande, in pietra e legno, c’è un piccolo giardino con un tavolino esterno, ed è completamente isolata.
Vado alla porta, dove non c’è un campanello moderno, ma, appeso ad un chiodo da falegname, un campanaccio delle mucche: gli do un colpo a farlo suonare. Niente. Ci riprovo, poi spingo la porta in avanti, è aperta.
Mi accorgo che è solo un vestibolo, dopo un metro vi è una porta di vetro.
Non so ancora se sia aperta o chiusa, vedo una piccola saletta con poca luce oltre la porta, ma non è per quello che al mio cuore manca un altro battito: incollato al vetro, vi è l’immagine del suo fiocco rosso.
Ora si inizia. 

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Mi fermo per qualche lungo ad osservare quel fiocco rosso, poi testo la porta: spingo solo con due dita, e con un lieve cigolio, la soglia si apre. La oltrepasso.
All’interno, la baita si apre con una saletta unita alla cucina (una vecchia stufa in ghisa con lo spazio per un paio di pentole). C’è un ampio camino con i un tubo che sale verso l’alto, un tavolo rettangolare spesso e due poltrone, poi, delle scale ripide che salgono al piano superiore.
Non faccio in tempo a pensare a dove sia Alice o a cosa dovrei fare io, che accadono due cose. O meglio, le sento: inizia un sottofondo musicale, le variazioni Goldberg di Bach e mi suona il telefono. Ecco un altro suo messaggio: “Togliti i vestiti e sali di sopra.”
Butto fuori un gran respiro, a lasciar spazio al calore che mi sale al petto. Quindi eseguo, togliendomi la camicia, i pantaloni, le mutande. Tutto. Controllo poi i dolcetti ed i fiori lasciati sul tavolo. Decido stupidamente di prenderli, salendo così completamente nudo quelle scale, ma con in mano quei regali.
Al piano superiore v’è un piccolo corridoio aperto, alla fine v’è una porta, immagino il bagno, e un’altra è proprio davanti a me. Da lì proviene la musica.
Come prima, uso due dita per spingere la porta, che si apre davanti a me.
Non faccio neanche un passo, che i dolcetti ed i fiori mi cascano sul pavimento di legno.
La stanza, abbastanza grande, è illuminata da parecchie candele ed una vecchia lampada a gas. Vicino al letto matrimoniale, c’è Alice: bellissima, vestita solo da un corsetto nero che le fascia e disegna le forme, degli stivali alti e scuri e, ovviamente, il fiocchetto rosso.
Mi guarda in silenzio per pochi secondi, ma a me sembrano ore, ore che uso per contemplarla: dai ciuffi di capelli biondi agli occhi nocciola, dalle sue spalle nude a…
“Non si saluta?” sfreccia verso di me.
Il calore mi sale in faccia e sorrido confuso: “Perdono, mia Dea, mi ero fermato ad ador…” nel mentre mi chino per prendere i pensierini caduti, e lei mi fulmina con lo sguardo: “Lasciali lì e spostati, schiavetto”.
Mi rialzo impacciato “Certo, s-subito” mi muovo solo di qualche passo verso la parete.
Lei sposta con il piede biscotti e fiori, buttandoli fuori dalla stanza, poi chiude la porta. “Sei tu il mio regalo” chiarisce, facendomi poi un cenno verso la parete. Noto che ci sono un paio di manette appese ad una specie di gancio. Non so se fosse già qui o l’abbia portato Alice, ma, ancora una volta, non ho tempo per pensare. La sua voce mi dice cosa devo fare> “Legati a quelle”.
Io eseguo: so apprezzare la libertà nella vita, ma, solo con Alice ed in momenti come questi, perdere la facoltà di scegliere tra le infinite possibilità di ogni momento, mi toglie dalla vertigine dell’esistenza per assegnarmi all’eccitazione dell’obbedienza.
Alzo le braccia il più possibile ed inarco la schiena per raggiungere le manette. Chiudo un primo polso, poi, con qualche fatica, anche il secondo. Mi ritrovo a dover stare sulle punte dei piedi e con lo sguardo verso il muro color pietra.
Sento il dolce ruscello del suo breve riso, poi lo schiocco di una frusta nell’aria e sul pavimento.
“Sei stato troppo impacciato e scortese, questa sera. Lo sai che meriti una punizione ora?”
“L-lo so, mia dea, mi dispiace dav”
“Zitto. Non sono le tue parole che voglio sentire ora.”
Mi taccio e deglutisco. Potrei forse girarmi con il collo e guardarla – muoio dalla voglia – ma non oso. Sento però i suoi passi dietro di me. Poi la sento fermarsi. Noto una candela al mio fianco ballare senza sosta. Nell’aria ora solo la musica di Bach. Con le sue variazioni, le sue spirali di arie e di ritorni diversi sul medesimo tema dipinge i colori della mia ansiosa attesa.Nella musica sento un crepitio di pelle: il corsetto di Alice quando alza il braccio. Altri secondi di attesa, un respiro veloce, irrigidisco i muscoli… e l’aria si spezza ancora, la frusta colpisce il vuoto. Prendo fiato, ma non faccio in tempo ad espellerlo: questa volta il crepitio che indica il suo movimento è praticamente contemporaneo alla sferzata che mi arriva, forte e bruciante, sulla schiena. Trattengo un mugolio di dolore ma non ci riesco completamente.
“Ti ho fatto male, piccolo?” la domanda ha un tono equivoco: profuma di dolce ma sa di presa in giro, con una punta deliziosamente sadica.
Diniego con forza con la nuca. “N.no.”
Non ho bisogno di voltarmi per vedere il suo sorriso.
“Non sarò buona stasera, cucciolo”. Ancora, la pelle che crepita mi dà il segnale. Irrigidisco i muscoli, mi preparo al nuovo colpo, che non arriva. La sento ridere: “Voglio che tu sappia che lo farò, non quando, lo farò”.
Deglutisco e mi rendo conto di quanto sia in sua balia. I pensieri fanno per cominciar a danzare quando una nuova frustata mi colpisce. Questa volta meno intensa, ma comunque presente. Poi un’altra. Poi un’altra ancora. L’ultima è più forte della prima e mi fa arrivare le lacrime agli occhi e uscire un mezzo grido dalla bocca.
Solo ora mi accorgo che sul lato destro della parete c’è un piccolo specchio rotondo: da quello non riesco a vedere del tutto Alice, ma il suo braccio che si alza. Chiudo gli occhi, ma per molti secondi nulla. Attesa, paura, possibilità desiderio. Poi sento la sferzata, ma colpisce la parete. Mi rilasso, quando un’altra serie di tre frustate mi brucia la schiena. I colpi sono abbastanza forti da far urlare Alice, ogni volta, un secondo prima di me.
Sento il mio peso aumentare per la stanchezza, le manette mi sostengono le ginocchia traballanti. Stringo i denti, e sento un rumore. Non è la frusta, è il corsetto di Alice che mi cade vicino ai piedi. Ora l’eccitazione e la voglia di vederla si fanno quasi insopportabili. Deglutisco, faccio per voltarmi verso di lei ed un’altra sferzata mi brucia la schiena. Urlo e mi rivolto verso la parete.
Passano alcuni secondi in cui non so se essere più eccitato o spaventato: nel dubbio, il mio corpo ha deciso di mandarmi entrambe le sensazioni.
Sento dei passi avvicinarsi, poi la sua mano che mi accarezza la schiena dolorante con attenzione. La vedo sorridere e quando noto quell’orgoglio nei suoi occhi brillo di soddisfazione. La sua mano mi carezza ora il petto, fino all’addome, poi risale sulle braccia, fino ai polsi, a liberarmi dalle manette.
Sento tutto il peso e la stanchezza del dolore, e cado in ginocchio davanti ad Alice. Le mi guarda dall’alto, e mi carezza i capelli. Ora è completamente nuda, se non per gli stivali ed il fiocco rosso. “Sei stato bravo… meriti un premio…” con la mano spinge la mia testa tra le sue gambe: so perfettamente cosa devo fare.

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Di ancorasvegliawp

Scrittrice su wattpad, scrivo principalmente racconti erotici e romantici.

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